Ogni Dio che imploriamo è un pezzo di noi
che non riconosciamo ancora.
C'è un movimento che si ripete in ogni vita, molto prima che diventi una domanda spirituale.
Tutto quello che non sappiamo ancora portare dentro di noi, lo mettiamo fuori. Da bambini è un genitore che sembra avere tutte le risposte. Più avanti è un'autorità, un ideale, una persona amata: sempre qualcosa, là fuori, che possiede ciò che a noi manca. È lo stadio più antico. Prima di sapere che una forza ci appartiene, la vediamo altrove, e la imploriamo.
Poi, lentamente, impariamo a darle forma con le nostre mani. Costruiamo un'opera, una carriera, un rituale, una casa, convinti di lavorare su qualcosa d'altro da noi. E colpo dopo colpo stiamo scolpendo chi diventeremo. Ogni cosa che modelliamo fuori è già, in parte, un autoritratto.
Poi arriva il silenzio. Il momento in cui scopriamo che il mondo non esiste in funzione di noi. Qualcosa può semplicemente non rispondere, non guardarci, non avere bisogno della nostra presenza. È la perdita di un'illusione molto più antica di qualsiasi oggetto: quella di essere, in qualche modo, al centro.
Poi viene il tentativo di controllo. Costruiamo mura, ruoli, certezze, per rimettere ordine dove il silenzio ha lasciato un vuoto. E proprio lì, nello stesso momento, incontriamo ciò che non si lascia controllare: una paura, una forza, una verità più grande di noi che non negozia e non si addomestica.
Solo alla fine, dopo aver implorato, costruito, perso e temuto, arriva il riconoscimento. Quello che cercavamo fuori non era mai stato altrove. Era già nostro, da sempre. Semplicemente non lo sapevamo ancora portare. È scoprire che non siamo mai stati separati da esso.
È il racconto di chiunque cresca.
LE FORME DEL MONDO lo attraversa in tredici giorni, un luogo alla volta, dal Godavari a Khajuraho: non per raccontarlo, ma per farlo succedere nel corpo di chi parte.